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Vini di Natale : uno lo vivi ed uno lo ricordi. Ottava Puntata: Bartolo Mascarello e l’anfora di Gravner

Ho avuto la fortuna di conoscere Bartolo Mascarello, qualche anno prima che intraprendesse il suo ultimo viaggio per raggiungere gli altri partigiani. Già vecchio e acciaccato, sulla sedia a rotelle, ma ancora energico e vivacissimo: dietro la scrivania sulla quale continuò a colorare fino all’ultimo le sue etichette, il nostro incontro durò due ore nelle quali parlò quasi sempre lui. Del vino, certo, diviso allora, soprattutto in quelle terre, tra tradizionalisti e modernisti; ma anche di politica e più in generale dell’Italia che era stata e di quella che stava per lasciare. Alla fine, me ne tornai in macchina, parcheggiata nei pressi di via Roma, con due preziosissime bottiglie di Barolo 1998, quelle con la leggendaria etichetta “no barrique no Berlusconi”, sequestrate in un’enoteca di Alba qualche mese prima perché violavano un’assurda regola della campagna elettorale. Conto totale: 60 euro. Altri tempi.

 

Oggi per bere il Barolo Mascarello si spende almeno il triplo, se non di più. Ma ne vale la pena, perché grazie alla tenacia e alla bravura di Maria Teresa, figlia di Bartolo, quel vino è diventato, nell’ultimo decennio, se possibile ancora più buono, di certo più continuo nel rendimento. Ecco perché, se devo pensare a una bottiglia da stappare o regalare a Natale mi viene in mente questo aristocratico e classicissimo nebbiolo di Langa. In un’era dove predominano i cru e le menzioni geografiche aggiuntive, il Barolo di Maria Teresa resta, come quello del padre, legato alla tradizione: assembla infatti le uve di quattro vigne, Canubbi (scritto proprio così), San Lorenzo e Ruè a Barolo e Rocche dell’Annunziata a La Morra. L’età media delle piante è di 25 anni, le viti più vecchie hanno 60-70 anni. Lieviti indigeni, lunga macerazione, affinamento in grandi botti di rovere. Da giovane profuma di violetta e frutta rossa, con delicate sfumature balsamiche di menta e liquirizia, per poi virare negli anni a note più evolute di cuoio, tabacco e goudron. Il sorso che regala è davvero sontuoso, coniugando alla perfezione potenza ed eleganza, con tannini finissimi e persistenza da primato. Con una qualsiasi delle ultime annate andate sul sicuro; certo, come tutti i veri Barolo è una bottiglia che dà il meglio di sé dopo diversi anni. Di recente ho stappato una 2005 che resterà per me tra i vini più buoni assaggiati quest’anno.

2.

Uno degli abbinamenti più singolari tra cibo e vino che abbia mai sperimentato capitò proprio a Natale. Quel giorno, mia madre da sempre propone il classico brodo (quello vero, con manzo e gallina) e tortellini, e tra i secondi il lesso che ne deriva, servito con il bagnetto verde e la maionese. Che ci si beve? Con Lambrusco sull’uno e Barbera sull’altro vai sul sicuro, di solito; ma qualche anno fa decisi di “farlo strano”, e portai ai miei una bottiglia di Breg Anfora 2002 di Josko Gravner. Vino non facile da abbinare a tavola (le teorie sono tante, dal tonno fresco al formaggio), e di non immediata comprensione per un bevitore poco esperto. Ecco allora l’azzardo: avevo letto da qualche parte che poteva star bene coi tortellini in brodo e pensai che bisognava tentare (anche con il lesso). Andò bene, piacque a tutti, dopo un’iniziale diffidenza verso colori e profumi, surclassò il povero rosso che avevo portato come alternativa e che rimase quasi intatto.

Frutto di macerazioni lunghissime e affinato prima in anfora poi in botte grande, l’ho scelto come vino del ricordo anche perché non si farà più: Josko ha deciso di non coltivare più Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio e Riesling italico, dal cui assemblaggio nasceva il Breg, e di puntare tutto sulla Ribolla. L’ultima annata in commercio sarà la 2012. Il naso è spiazzante: ruggine, frutta rossa matura, miele, cera d’api, erbe aromatiche, cenni di salsedine. In bocca è appagante e avvolgente, con un tannino energico ma mai sopra le righe, la chiusura è fresca, sapida e molto lunga.

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