Sicilia

Viteadovest: i vini naturali di Vincenzo Angileri a Marsala

Da alcuni anni i “fermenti” del nuovo vino artigianale e di qualità che attraversano tutto lo Stivale sono arrivati anche a Marsala. Principalmente grazie all’opera di un pioniere e precursore come Marco De Bartoli, che ribellandosi alla deriva commerciale di gran parte della produzione della zona ha indicato a tutti la strada per la rinascita di quella che è una delle denominazioni più antiche e (un tempo) prestigiose che può vantare il nostro Paese.

La piccola cantina di Vincenzo Angileri, Viteadovest, è attiva da pochi anni ma mi ha incuriosito e convinto da subito, grazie a una serie di vini ben fatti, caratteriali, personali, tutt’altro che omologati. Lui è un enologo di lungo corso, con esperienze sparse nei quattro angoli della Sicilia, da Salina all’Etna fino alla stessa Marsala, dove collabora con un produttore di primo livello come Nino Barraco. Vincenzo è partito dalla storia contadina della sua famiglia, l’ha arricchita con la propria competenza tecnica e nel 2011 ha deciso di avviare questo nuovo progetto piantando quattromila alberelli di Nero d’Avola e Nerello Mascalese nell’entroterra marsalese, sul suolo ciottoloso di Capo Feto, lungo la statale per Salemi. Per i vini bianchi si è avvalso soprattutto delle vecchie vigne di famiglia, Grillo e Catarratto di 40-50 anni in località Gurgo, a nord della città, vicino alla litoranea e alle saline, su terreni sabbiosi. Altri vigneti sono sparsi in varie contrade (Chelbi, Muciuleo, Rinazzo); recentissimi impianti di Frappato, Grillo e Damaschino completano il patrimonio vitato, cinque ettari in tutto coltivati in gran parte ad alberello. Viteadovest è un azienda biologica di fatto anche se non certificata: in campagna infatti non si fa diserbo e non si utilizzano prodotti di sintesi, ma solo zolfo e rame (se serve).

Rispetto alla mia prima visita di due anni fa, la gamma si è notevolmente ampliata: ci sono tre bianchi (tra cui il Rina, in stile “alto grado”, recuperando un’antica tradizione contadina di Marsala), un rosso dagli alberelli, che sarà presto affiancato da un nero d’Avola in purezza ancora in botte (l’ho provato e promette davvero bene…), un Marsala imbottigliato come vino da tavola e un singolare passito rosso da Cabernet Sauvignon (!). Per un totale di circa 12mila bottiglie annue. Tutti i vini fermentano spontaneamente con lieviti indigeni.

Ma ecco i riscontri dei miei assaggi, avvenuti a fine agosto.

 

Terre Siciliane Igp Bianco Vurgo 2017 (80% Catarratto, 20% Grillo). Dalla vigna di Gurgo, vinificato in acciaio e vetroresina con due giorni di macerazione sulle bucce, sette mesi di affinamento sulle fecce fini. All’olfatto è molto esplicito con un deciso carattere fruttato (in particolare di frutta gialla in gelatina), floreale e agrumato (foglia di limone), segnato anche da una leggera volatile. Al palato è più diretto e “rotondo” rispetto alla versione 2016, assaggiata pochi giorni prima, guadagna qualcosa in termine di succosità e dolcezza perdendo un po’ della verticalità e mineralità del predecessore. Questione di annate…

Terre Siciliane Igp Bianco 2016 (80% Grillo, 20% Catarratto). Da vigne in contrada Chelbi, vinificato in acciaio con 15-20 giorni di macerazione sulle bucce, diciotto mesi di affinamento sulle fecce fini. Classici profumi da orange wine, miele, cera, lievi note minerali, spezie e legno antico, ma anche macchia mediterranea. In bocca ha grande freschezza e profondità, è affilato, lunghissimo, contraddistinto da una leggera tannicità dovuta alla macerazione e dalla spiccata acidità del Grillo. Grande vino.

Terre Siciliane Igp Bianco Rina 2016 (100% Catarratto). Da alberelli in contrada Rinazzo, da cui deriva anche il nome. Fermenta in una botte troncoconica di castagno e staziona 90 giorni sulle bucce. Vincenzo intende rinnovare con questa etichetta la tradizione marsalese dell’alto grado, precedente all’avvento degli inglesi nel Settecento. In sostanza si metteva da parte la botte migliore dell’annata, lavorando il resto della massa con il sistema detto “perpetuum”, rabboccando le singole botti di anno in anno col vino nuovo. Woodhouse e gli altri commercianti inglesi che fecero conoscere il Marsala nei mercati mondiali introdussero invece il metodo soleras, quello dello Sherry e del Madera, e la conciatura, aggiungendo al vino il mosto cotto. L’edizione 2016 del Rina ha un profumo netto di zagara ed erbe aromatiche, sentori affumicati e caramellati;  l’assetto in bocca è a metà strada tra il classico Marsala e un vino fermo; rispetto al 2017, assaggiato da botte, ha un frutto più maturo (infatti la vendemmia fu più tardiva), più sapore e una frazione di freschezza in meno; ma è chiaro che si tratta solo di sensazioni su vini colti in due fasi differenti.

Terre Siciliane Igp Rosso 2015 (50% Nerello Mascalese, 50% Nero d’Avola). Da alberelli in contrada Capo Feto, a 200 metri s.l.m.. Vinificato e affinato per diciotto mesi in acciaio in grande prevalenza (un solo tonneau su tutta la massa). Naso molto minerale, con pietra focaia, cenere, lievi note affumicate ed ematiche, speziato, frutta bruciacchiata (viene in mente il fondo della pentola quando si fa la marmellata in casa); il sorso è strutturato, molto sapido e intenso, dal tannino leggermente sabbioso; apparentemente in questa annata l’energia del Nerello Mascalese prevale sull’acidità del Nero d’Avola. Non così la 2016, che ho potuto assaggiare da vasca d’acciaio, lasciandomi l’impressione di avere le potenzialità per risultati grandiosi: il frutto qui sembra infatti leggermente più acerbo (more, mirtilli, lamponi) e regala un palato più fresco e dinamico. Da notare che si tratta di due vitigni che hanno curve di maturazione diverse, tanto che Vincenzo vendemmia prima il Nero d’Avola e poi l’uva tipica dell’Etna, più tardiva.

N.73 Vino Bianco (Grillo e Catarratto in percentuali variabili). È la prima uscita del Marsala di Vincenzo, etichettato come vino da tavola e imbottigliato quest’anno. È prodotto con il metodo perpetuum a partire da una botte “madre” del 1973 (da cui il nome) acquistata presso la Cantina sociale di Birgi, dove lavorava suo padre. Ed è un grandissimo Marsala vergine, che odora di frutta secca (fichi, mandorle, noci), uva passa, salsedine; in bocca è magnifico, fresco e lungo, secchissimo, mantenendo perfino una scorta di frutto in persistenza. Perfetto col pesce affumicato ma anche come aperitivo un po’ fuori dagli schemi.

Terre Siciliane Igp Passito Rosso 2015 Ciauru ‘e Passula (Cabernet Sauvignon in prevalenza con piccoli saldi di Nero d’Avola e Nerello Mascalese). Anche questo passito (il cui nome significa, letteralmente, profumo di uva passa) è all’esordio. È ottenuto da una vigna di vent’anni in contrada Muciuleo. Se gli si chiede il motivo della scelta del Cabernet Vincenzo afferma che è un’uva perfetta per l’appassimento, perché matura bene e non dà problemi in nessuna fase. “E poi – aggiunge – mi sembrava la più adatta per fare qui qualcosa che assomigliasse a un Porto, tipologia che amo molto”. Le uve appassiscono in parte al sole sui graticci in parte in piccole cassette sistemate nel sottotetto, poi la massa viene pigiata, fatta rifermentare con mosto di nero d’Avola, macerata sulle bucce e infine affinata un anno in acciaio. Il naso è molto franco e speziato (e non è difficile indovinare quale sia il profumo prevalente…). Il sorso è ricco e molto dolce, abbastanza armonico, ben contrastato da una spiccata acidità, conserva in parte l’eleganza e la potenza del tannino dell’uva bordolese.

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