Trentino

Moser, uno sprint con le bolle

L’azienda creata dal mitico Francesco Moser e guidata dalla nuova generazione punta alla grande sul Trento Doc.

Da sx Carlo, Francesco, Matteo Moser

Da sinistra: Carlo, Francesco, Matteo Moser

“L’avete voluta la bici? Beh, ora pedalate”. Se c’è uno che può permettersi la battuta, certo è lui. Una vita senza compromessi, un mito costruito sulla fatica e la volontà, Francesco Moser è abituato a lottare e vincere da sempre. Su ogni terreno e con ogni pendenza. Quella delle montagne, croce e delizia della sua prima vita, quella da ciclista-leggenda, e ora quelle dei costoni in Val di Cembra e a Gardolo (un salto da Trento) dove abitano le pergolette e i filari dell’azienda vinicola che ha creato a suo tempo, cui ora partecipa con affetto, ma che è sempre più pilotata da Carlo (suo figlio, alla guida del commerciale) e Matteo (nipote, enologo, agronomo e un po’ “ideologo”). È a loro che tocca adesso, appunto, pedalare; con il grande Checco che dalla ideale ammiraglia della squadra non lesina apprezzamenti e incoraggiamenti, ma neppure (schietto com’è) posizioni dialettiche quando gli pare il caso.

Ma i ragazzi tirano dritto. E l’impressione è che si stiano (per restare in metafora) alzando sui pedali: con nuove vigne, nuove scelte, nuove scommesse. Più che mai sul fronte spumanti, cioè Trento Doc, ormai 50% del prodotto aziendale e orientato a crescere ancora.

Da sinistra: Daniele Moroni, Francesco Moser , Antonio Paolini

Da sinistra: Daniele Moroni, Francesco Moser , Antonio Paolini

Meno schivo del passato ma sempre umile, consapevole della grande forza che sembra trasmettere a ogni persona che lo avvicina, Francesco approva e vigila. E, visto da vicino, continua a manifestare un carisma che è quello di chi, per una vita in gara sulle strade del mondo, ha sempre scelto di  partecipare ma non ha mai preventivamente rinunciato a vincere. Anzi…

Così anche i vini targati Moser, “condannati” a seguire le orme del fondatore, lottano per conquistare un proprio spazio nel panorama vinicolo internazionale. E la nouvelle vague alla guida punta, come si diceva, sempre più su. Ad esempio con un “100 mesi” sui lieviti che, a quanto pare, è già più che una mera ipotesi.

Nel frattempo la produzione si divide, come detto, a metà tra spumantistica e vini fermi, figli di vigne che passano dai 200 fino ai 650 metri (Val di Cembra appunto, dove l’altezza dà una propria identità a ciò che ne scaturisce). E allora, ecco il primo “gioco” proposto da  Carlo e Matteo al team di critici e narratori del vino in visita da loro: assaggio di basi spumante provenienti, appunto, da singole vigne o mini-tagli, ma da altezze diverse. E l’assaggio conferma il carattere unico conferito dalla quota; anche se in tutti i test (ed è una bella notizia) emergono chiare le linee guida che casa Moser vuol dare ai suoi spumanti.

Maso Warth e la vigna di Pinot Nero

Maso Warth e la vigna di Pinot Nero

Lo Chardonnay qui è il vitigno prevalente, quello sui cui, a ben vedere, sono imperniati i vini. Pur con amate eccezioni: come la bella vigna posta davanti alla cantina dove il Pinot Nero ha dimora, e che fornisce l’elemento nodale per il Rosè di casa e il rosso fermo.

L’azienda intanto è in conversione bio: “non per assecondare le mode – spiega subito Matteo – ma per far del bene all’ambiente e a noi stessi“, viste le chance offerte dal luogo dove opera.

La resa media è  sui 120 quintali per ettaro per viti allevate sopratutto a pergoletta, che oggi, con i cambiamenti climatici cui è soggetto il mondo, Italia inclusa, sta tornando in auge, capace come pare di resister meglio alle stagioni torride che tanti problemi creano a chi fa vino. In cantina, pigiatura soffice per estrarre solo quel che serve, e rispetto: puntando a produrre spumanti “dritti” e di personalità, in perfetta sintonia con lo spirito che ha sempre ispirato Francesco.

La cantina fredda e Matteo Moser

La cantina fredda e Matteo Moser

Una ristrutturazione importante datata 2016 ha permesso di ricavare nuovi spazi, garantendo la possibilità di dotarsi di quegli strumenti che permettono più facile operatività e “pulizia” degli ambienti, elementi fondamentali per far vini di qualità. Ma soprattutto, grazie al recupero accorto di una delle antiche strutture che compongono il “villaggio Moser” (ancora in parte da restaurare) ha reso realtà anche quello che ancora Matteo definisce “il sogno di ogni enologo“. Avere cioè due cantine distinte, una calda e una fredda. Ma naturalmente. Senza interventi di controllo della temperatura. Nella prima (media dai 14° ai 25°) trovano posto i vini rossi e le basi spumante che fanno malolattica. Nella seconda (tra 9° e 13°) si svolgono tutte le altre lavorazioni.

La cantina calda

La cantina calda

Ma passiamo agli assaggi che Carlo e Matteo hanno preparato per noi in questa giornata così speciale.

Primo step (fondamentale per capire la strada imboccata) la verticale di Brut Nature, Chardonnay in purezza da singola vendemmia, 60 mesi minimo sui lieviti e dosaggio eseguito col medesimo vino e, come da etichetta, senza aggiunta di zuccheri.

la verticale di Brut Natur e di 51,151

la verticale di Brut Nature e di 51,151

Si parte dall’annata 2015 , che pur evidenziando profumi agrumati e note calcaree molto accattivanti, paga un filo la giovane età, con un’acidità ancora in primo piano. Ma la mandorla e l’arancia in sottofondo promettono già buone cose. D’altro stampo risulta la 2014, che  si presenta molto più equilibrata e a modo suo seduttiva, non abbondante nelle forme, ma delicatamente marcata di mela e leggera nocciola, con agrume di ritorno nel finale. Facile da bere, senza abiure alle stimmate della bolla di casa. Golosa. La 2013 evidenzia senza reticenze i mesi in più di evoluzione con profumi di frutta esotica e una acidità (cenni di pompelmo e arancia ben mixati) che ben si associa a una chiara nota sapida. Con la 2012 l’evoluzione di questo spumante si fa sentire in maniera netta: pietra focaia, fiori bianchi e note di vaniglia sono sostenute da una spalla acida ancora ben presente, per terminare con una più rotonda nota di mela golden. Finale con l’annata 2011: sinceramente non  all’altezza delle precedenti, sia per un evoluzione più evidente che per un’acidità che comincia a sbiadire un pochino lasciando spazio a (pur non esagerate) piccole note amare nel finale. Ma, annata di debutto basata su lavoro impostato diversamente, non fa, in fondo, che confermare anch’essa la bontà del work in progress in corso.

Tutte le etichette del 51,151 Trento doc

Tutte le etichette del 51,151 Trento DOC Metodo classico

A seguire, dopo l’escursione nella élite produttiva della casa, tuffo nel campione (per numero di pezzi prodotti e per la dedica in etichetta) bandiera dell’azienda  e del campione di cui porta il nome: il 51,151, battezzato così a memoria del fantastico record dell’ora stabilito da Francesco Moser a Città del Messico nel 1984. Metodo classico Trento DOC senza annata, ma basato di fatto su una singola vendemmia, con fermentazione e  affinamento in vasche d’acciaio e botti grandi di rovere, 50.000 bottiglie prodotte e in viaggio in patria, ma anche oltre confine a ricordare a tanti l’Italia che sa vincere nel mondo.

E nel breve florilegio assaggiato spicca (di nuovo a conferma della marcia che procede) la versione basata sulla vendemmia 2014, dove eleganza e sapidità accompagnano un bellissimo frutto. Anche qui in tono leggermente minore la bottiglia imperniata sul 2011 meno in forma delle altra, e con acidità in via di flessione.

Rosé extra Brut 2014

Rosé extra Brut 2014

Chiusura colorata e divertente con il Rosé extra Brut 2014, 5.000 bottiglie prodotte (proposto all’assaggio in magnum) proveniente da  una selezione di uve Pinot Nero dei vigneti situati sulla collina posta davanti alla cantina, a Maso Warth. Il vino, sui lieviti per almeno 36 mesi, ha consistenza e charme: viaggia tra sentori di piccoli frutti rossi e note  leggermente tostate, per poi allungarsi al palato con fresca sapidità verso un finale di sorprendente, quanto soddisfacente, lunghezza.

 

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