Toscana

Montalcino: Santa Maria – Colleoni e gli assaggi da botte delle nuove annate

Montalcino è spesso al centro di storie come quella che sto per raccontare. Accanto agli eredi della tradizione contadina locale, tra i produttori vinicoli si possono annoverare numerosi “forestieri”: il broker trevigiano, il direttore della fotografia francese, il chimico messinese, lo scrittore ungherese con la pittrice canadese, le ragazze milanesi… e si potrebbe continuare. Ultimamente, però, la colonizzazione delle terre del Brunello ha cambiato segno, e più che l’approdo personale di una ricca e spesso avventurosa biografia oggi Montalcino è meta di multinazionali quotate in borsa e fondi di investimento, imprenditori provenienti da ogni angolo del continente e famosi marchi vinicoli italiani.

 

La nostra storia narra di una giovane coppia di insegnanti bergamaschi che negli anni Settanta affrontavano lunghi viaggi in moto per raggiungere le spiagge della costa maremmana. In uno di questi viaggi conobbero Montalcino e le sue colline e si innamorarono del luogo. Nel 1989 acquistarono un vecchio podere sotto le mura della città, tra Porta Burelli e la chiesa della Madonna del Soccorso. Luisa si stabilì lì, Marino invece fece avanti e indietro ancora per qualche anno. Nel frattempo, la scoperta di vecchie vigne terrazzate vicino all’abitazione e la voglia crescente di fare vino, un vino classico, “che sapesse di goudron”. Sulle secolari terrazze a secco venne reimpiantato il Sangiovese Grosso e con l’inizio del nuovo millennio arrivò la prima etichetta. 

Da allora, la piccola azienda Santa Maria – Colleoni ne ha fatta di strada: tre ettari, distribuiti tra la tenuta “di casa”, esposta a nordovest in direzione di Siena, un micro-impianto di 3 mila metri quadri a Castelnuovo dell’Abate e una vecchia vigna a Castiglione d’Orcia; sei etichette per un totale di circa diecimila bottiglie, a seconda dell’annata: un bianco da uve Ansonica acquistate, un rosato, l’Igt Toscana rosso Selvanella (ex Orcia Doc), un Rosso di Montalcino e il Brunello, a partire dal 2012 proposto in due cru separati.Tutti i vini hanno protocolli molto rispettosi della tradizione: i Brunello in particolare fermentano spontaneamente per 4-5 settimane senza controllo della temperatura e affinano in botti grandi da 25 ettolitri di rovere austriaco (con qualche eccezione).

 

Marino mi accoglie in cantina e già so cosa mi aspetta: come sempre darà il via con me a una sarabanda di assaggi dalla botte, commentando da istrione (a volte con riconoscimenti insoliti e sorprendenti) i risultati di quell’azione vagamente vampiresca. Prima, però, gli chiedo un parere sull’annata in corso: è soddisfatto, a differenza di altri le sue uve hanno reagito bene alle piogge primaverili e i casi di peronospora e oidio sono limitati. Non dice che forse è anche merito del suo approccio “ipernaturale”, “oltre il biologico”, ma io sotto sotto ho l’impressione (e l’auspicio) che c’entri qualcosa.  

 

Brunello 2017, da grappoli raccolti a metà settembre, sono sorprendenti, come altri provati a Montalcino: nonostante l’annata torrida e siccitosa, non c’è l’alcolicità temuta, sono freschi e aggraziati, con una gentile scia vegetale. In particolare, mi sembra eccezionale e molto promettente la parcella di Poggio S.Arna (dalla tenuta di Castelnuovo dell’Abate, dai suoli più sabbiosi, esposta a est), che ha un bel frutto pimpante di lampone e note più scure e possenti di visciola.

 

Il Rosso di Montalcino 2016, ancora in legno, è speziato e floreale, conserva le spigolosità tipiche del sangiovese giovane ma ha un frutto colto a perfetta maturità (ciliegia, mirtillo) e una beva scattante e contrastata. Il Selvarella 2016, Rosso Igt Toscana, è più rustico e diretto, si sente lo stacco rispetto all’eleganza del Sangiovese Grosso, è terroso e sanguigno, molto gastronomico.

 

Brunello 2016 li trovo in una fase interlocutoria: più pronto Poggio S.Arna, con sale, frutti rossi e tannino cremoso, dal bel finale agrumato; più ostico il Santa Maria, molto minerale al naso, camino spento, una leggera nota casearia (ma la mia cautela è travolta da Marino che invece esclama “formaggio!”), dal tono generale più scuro e meno fruttato. Secondo il produttore è un’annata di sicuro avvenire (“mi ricorda il 2001, che diede vini bellissimi”).

 

Chiudiamo la rassegna coi Brunello 2015. La parcella di S.Maria ha volatile alta e naso un po’ scorbutico, con tracce di chiodi di garofano, terra bagnata e carne cruda; il frutto è molto maturo, in linea con l’annata. Quella di S.Arna è ancora più dolce e rotonda, perché affinata in un tonneau nuovo di rovere francese, e odora di tabacco, vaniglia e cioccolato al latte, con la frutta secca a prevalere in chiusura. Sono vini per ora poco reattivi, anche se la texture ha raffinatezza e classe, ma poco aderenti allo stile tipico di Marino. La Riserva 2015 cambia un po’ le carte in tavola, ha un bell’olfatto aromatico, mediterraneo, balsamico, con alloro e una lieve nota di pietra focaia. Anche qui c’è un frutto dolce ma sembra più bilanciato dall’acidità, e chiude con una delicata scia di cacao e mela matura. Buona l’estrazione, struttura extralarge, qualche scalino tannico ancora da digerire ma più accattivante delle due versioni “annata”.

 

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