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Lo Cheval Blanc e il Petit Cheval Blanc in abbinamento alla cucina di Cracco

Sembra ancor più giovane di quanto non sia (ed è ben sotto i 40) Pierre Olivier Clouet, énfant prodige – è il caso di dire – entrato baby stagista nel 2004 in una delle più celebrate cantine di Bordeaux e del mondo, quella dell’ex “Vin de Figeac” noto dal 1852 come Cheval Blanc e decorato dalla qualifica suprema di 1er Grand Cru Classé “A”, tornatovi trionfante nel 2006 come direttore tecnico di due nuove label appena acquisite (e nodali per il nuovo corso varato dalla proprietà), e poi dal 2008, a coronamento di un’ascesa che parla da sola, “comandante” di tutte le produzioni dello Chateau.

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Le cui due nuove costole, sgrossate e trapiantate, appunto, sotto la responsabilità di Pierre Olivier, sono nel frattempo divenute l’una il complemento, diciamo così, più easy e pop alla gamma en rouge tradizionale dell’azienda (lo Château Quinault L’Enclos, che ha conservato la sua etichetta) e nientemeno che la porta per il debutto assoluto dello Cheval nel mondo dei bianchi l’altra, già nota come La Tour de Pin (e votata anch’essa come la casa madre alla produzione di Merlot e Cabernet Franc), riconvertita a produrre Sauvignon e Semillon, e via via allargata dalla superficie sperimentale e iniziale di mezzo ettaro reimpiantato agli attuali quasi otto.

Dall’ex La Tour ecco dunque il Petit Cheval, Blanc di nome e di fatto: con in campo la terza edizione, il 2016 (prima venduta il 2014 dopo ben sei anni di prove e riflessioni), ancora 100% Sauvignon (il Sémillon entrerà in gioco e in uvaggio dal 2018), e dal Quinault invece l’annata 2014, portate in tournée in Italia e al confronto con la critica (sotto l’egida di Cuzziol, la casa che li distribuisce, e in sintonia con Dourthe) da Clouet. Che, tanto per non sbagliarsi e stipulare una polizza di ferro contro ogni pur risicatissimo rischio di tedio da parte degli assaggiatori, ha abbinato ai due rampolli da poco in famiglia il 2012 del Petit Cheval Rouge (secondo vino della casa, ma alla prova dei fatti e dell’assaggio St. Emilion dalla personalità tanto notevole quanto originale) e tre millesimi dello Cheval-Cheval: ancora il 2012, e poi il 2008 e il 2006, passando da un’annata tutto sommato normale per i nostri tempi (dunque calda) a una opposta per segno, e infine a una sviluppatasi all’insegna di una maggior medietà e più lineare equilibrio.

I risultati? Coccolati e finemente accompagnati da un menu firmato da un Carlo Cracco più in forma che mai (e in questo caso, visto il tipo di…. interlocutore liquido, sostanzialmente fedele ai suoi classici, dall’insalata russa caramellata all’uovo con latte al pepe e porcini o la sella di lepre in civet) eccoli dettagliati nelle schede di degustazione. Con il 2006 di Cheval sugli scudi, note di goduria alta ed espressa per il ’12, considerazioni più dialettiche, secondo logica, per il 2008, e meritato plauso per i due Petit Cheval, convincenti entrambi pur da sponde (per storia e tipologia) risolutamente opposte.

Le Petit Cheval Bordeaux Blanc 2016

Ha naso vibrante, aereo, agile, elegante: poco spinto, cioè, sulle pendici estreme dei varietali (a volte persino caricaturali) di alcuni Sauvignon di moderna ed esotica  fattura. La scelta della freschezza è palese, e marcata alla base dalla opzione (vie diverse rispetto ai classici di Péssac Leognan) di legni grandi (da 14 a26 ettolitri) per i 18 mesi di “allevamento” e sfaccettatura dei mosti e del vino. Le note floreali sono evidenti, quelle agrumate intense ma non piccanti né puntute, la consistenza del frutto che sostanzia la beva croccante e piacevole. Tutto bene dunque? Sì, salvo l’entità dell’assegnazione italiana: 24 bottiglie, per quest’anno praticamente già (è il caso di dire) liquefatte…

90/100

Chateau Quinault L’Enclos 2014 Saint-Emilion Grand Cru Classé

Clouet ne spiega benissimo natura e collocazione: per noi – dice – sta ai primi vini come un bistrot divertente, sapido e ben condotto sta a ristorante come questo di Cracco, o suoi pari peso. E il paragone tiene. Passante e godibile, molto gastronomico, ensemble à trois (oltre al Merlot, quasi 70%, e al Franc che è la bandiera di Cheval Blanc qui c’è un 18% di Cabernet Sauvignon che mette insieme le cose) dei cépage bordolesi, lascia di sé un gradevole ricordo di susina matura (poi arrotondata in prugna più confit) e refoli balsamici molto ammiccanti. Abbordabile (anche nel costo, pare) e “parlante” .

84/100

Le Petit Cheval 2012 Saint- Emilion Grand Cru

Un inno al Franc, da cui è composto per oltre il 75% (massima percentuale storica) mentre il resto è Merlot. Buono davvero, il cavallino della scuderia di mr. Arnault & soci. Fresco e intenso insieme, balsamico e ampiamente condito di frutto (integro e croccante) e suadenti nuance floreali, piace davvero un bel po’. Piccolo peccato che sia destinato a veleggiare, sulla carta, in scaffale, a quote non proprio popolarissime. Ma vale. 91/100

 

Chateau Cheval Blanc 2012 Grand Cru Classé “A”

La profondità totale di colore. Il naso generoso. La larghezza prodiga d’un gran signore al gusto. Come da contratto col mondo (e da ribadito impegno di Pierre Olivier Clouet, suo mentore) lo Cheval ’12 esprime senza reticenze l’annata. Ma lo fa con la classe “allenata” di un pezzo di St. Emilion che per composizione e varietà di suolo (Quaternario, mentre tutto il resto è Terziario) e scelta d’uva del cuore è diverso da ogni altro. Il ’12 è già oggi satrapico e godurioso. Camminerà (è, o no, uno Cheval?), ma intanto che fa strada gli piace vincere facile

93/100

Chateau Cheval Blanc 2008 Grand Cru Classé “A”

Personalmente ne sono sicuro: ai cultori (ultimamente non pochi, anzi: contestatori un dì, oggi quasi corrente di moda) del bere non risolto, quelli cui il “per aspera” (ovviamente con la moderazione logica di un top del genere) è premessa non rinunciabile, o quasi, all’orgasmo finale, piacerà molto. Chi scrive (e non solo lui) ha trovato un filo di polvere – oh, giusto un filo, eh? – nell’impasto tattile/tannico del 2008, appena prensile, appena renitente alla fusione completa. Arriverà col tempo? Forse… Il frutto, anyway, è gustoso, e la beva chiama forte il cibo.

89/100

Chateau Cheval Blanc 2006 Gran Cru Classé “A”

La prova provata (ce ne volessero ancora) che non serve essere massicci   per essere grandi; non serve essere impetuosi per essere convincenti; non serve essere scabrosi per farsi ricordare e incidere sulla memoria gustativa; e non serve soprattutto essere morbidi, “gattosi” e accomodanti per captare la benevolentia di chi assaggia. Equilibrio e classe. Finezza e ricchezza senza ostentazione. Con dentro il 45% di grande Franc,  Proprio bello, il 2006.

96/100

 

 

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