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La vite a piede franco, una storia di quasi due secoli che diventa leggenda

Pur a distanza di quasi duecento anni l’argomento fillossera è uno di quelli che è in grado di avere un proprio fascino ed interesse, probabilmente perché riesce a racchiudere in sè molti temi, non solo della viticoltura e dell’enologia, ma anche di storia, di economia e di scienza. Quando nel 1860 iniziò a creare seri problemi ed a distruggere interi vigneti in tutta Europa, fu una delle “sfide” più difficili da affrontare, per porre i dovuti rimedi al fine di salvare i vigneti. La problematica fu più complessa di quanto si credeva poichè, al contrario delle piante di viti americane, quelle europee (vitis vinifera) non davano alcun segnale dell’attacco del micidiale insetto e quando si iniziavano a scorgere i primi segni nell’apparato fogliare della pianta, ormai il danno era irrimediabile. Gli impedimenti naturali che rendevano e rendono tutt’oggi difficile l’attecchimento della fillossera, erano principalmente tre: 1) le altitudini dei vigneti (quote di oltre i m. 1.000 s. l. m. che equivalvogono a notevoli sbalzi termici che rendono difficile la sopravvivenza all’insetto); 2) terreni sabbiosi e/o argillosi che impediscono alla fillossera di potersi muovere con facilità, cosa che equivale ad uno scarso indice di sopravvivenza; 3) ristagni d’acqua notevoli per periodi medio – lunghi, visto che la fillossera non sopravvive in acqua. Ma sempre erano soluzioni non definitive e non sempre applicabili. Se per i punti 1) e 2) le tecniche erano applicabili, ma non garantivano l’incolumità delle vigne, il punto 3) era la soluzione definitiva, ma praticamente inapplicabile poichè comprometteva la sopravvivenza dei vigneti, anche se qualcosa a tal proposito esiste.

Il vigneto sommerso Gurrida

La soluzione definitiva a questo dannosissimo problema fu trovata con un “compromesso”, ovverosia facendo un innesto fra parte radicale (portainnesto) di alcune varietà di vite americana resistente all’attacco della fillossera e parte aerea di vite europea. Per quanto riportato prima, vi furono certi casi in cui alcuni ceppi riuscirono a salvarsi dal disastroso attacco della fillossera, proprio perchè erano situati in terreni aventi o altezze superiori ai m. 1.000 s. l. m. (Val d’Aosta e Etna), oppure terreni sabbiosi (Sardegna, Campania e Sicilia). La sopravvivenza di alcuni ceppi di vite ha fatto sì che si conservassero esemplari di alcuni tipi di vitigni di vite europea, che per l’appunto vengono chiamati prephylloxera. Da quanto detto prima una vite prephylloxera ha un’età di almeno 120 – 130 anni ed i quantitativi di uva che riesce a produrre sono ben al di sotto di un chilogrammo.

Questa premessa costituisce l’introduzione di una serata svoltasi nella VINIMILO 2018 ed organizzata dalla F. I. S. A. R. Catania con degustazione di vini prephylloxera e/o franchi di piede. La differenza fra una vite prephylloxera ed una semplicemente piede franco è l’età della pianta. Entrambe sono ovviamente a piede franco, ma mentre quella semplicemente a piede franco può avere un’età minima di tre anni per iniziare un vero e proprio ciclo produttivo (entrata a regime), la pianta di vite prephylloxera come è stato riportato sopra ha un’età di almeno 120 – 130 anni. In poche parole una vite prephylloxera si può definire una vite a piede franco, ma non vale il contrario. Nella serata ci si è interrogati se ci siano delle diversità sui vini ottenuti da uve prodotte da viti a piede franco e vini ottenuti da viti non a piede franco. Bisogna specificare alcune cose, che possano essere utili al fine di capire le potenziali differenze fra i due tipi di vino. La vite a piede franco è un’unica entità, apparato radicale, ceppo ed apparato fogliare sono un tutt’uno e pertanto riescono ad avere una forma di collaborazione e di struttura vitale diretta, senza particolari forzature. Per la vite ottenuta da portainnesto di vite americana ed apparato fogliare di vite europea, si riesce a capire che è un qualcosa di “costruito” da parte dell’uomo, che dà una pianta con maggiore vigoria e con la resistenza agli attacchi della fillossera, ma allo stesso tempo la parte aerea e quella radicale “comunicano” mediante un intermediario che toglie qualcosa sui profumi, sulla finezza, sull’eleganza ed altro ancora che dal terreno viene trasmesso al frutto, arricchendo ulteriormente il prodotto finale. Da queste ultime delucidazioni, si riesce a capire che i vini prodotti da uve di viti a piede franco e/o prephylloxera, possano essere vini più eleganti, con sentori di mineralità più marcata, dei profumi più complessi e tannini fini.

I vini che sono stati degustati rispecchiano la storia e le caratteristiche dei suoli e delle condizioni climatiche delle altitudini, che hanno dato la possibilità di salvaguardare le piante di vite dall’attacco della fillossera, poichè nella zona del Sulcis (Sardegna)  i terreni sono sabbiosi, la zona dell’Irpinia (Campania) ha dei terreni vulcanici e con tendenza ad essere ricoperti dalla sabbia vulcanica, stessa cosa vale per i suoli dell’Etna (Sicilia) con l’aggiunta di quote che superano i m. 1.000 s. l. m. Così ecco un Carignano del Sulcis di Cantina di Calasetta, un Aglianico di Feudi San Gregorio ed un Etna Rosso di Theresa Eccher.

  • Carignano del Sulcis D. O. C. Piedefranco 2016 – Cantina di Calasetta – Carignano del Sulcis

Sentori di frutta rossa matura, prugna in particolar modo, macchia mediterranea, lievi accenni di floreale e nota iodata. Tannini ben presenti con tanta materia e rotondità che riempie la bocca. La sensazione di salmastro e la sapidità vengono trasmesse in toto, dando una sensazione unica al palato. Pur avendo meno di due anni, è un vino elegante, ben bilanciato e che riesce a farsi bere senza essere stancante. Buona persistenza.

  • Irpina Aglianico D. O. C. Serpico 2012 – Feudi di San Gregorio – Aglianico

Nota balsamica in grande risalto, sentori di erba di campo e di torrefazione. Corposo in bocca, ma allo stesso tempo agile e scattante, con tannini che si mettono in evidenza con grande eleganza e che donano al vino stuttura e piacevolezza. Persistenza ottima, accompagnata da una buona progressione del sorso.

  • Etna Rosso D. O. C. Altero 2013 – Theresa Eccher – Nerello Mascalese e minime percentuali di Nerello Cappuccio

L’humus è il primo sentore che si avverte avvicinando il calice al naso, con un susseguirsi di sentori di liquirizia e lievi note di pepe. Profondo ed elegante con una linearità che gli conferisce un sorso dinamico. Lungo, presenta non solo equilibrio fra le componenti dure e morbide del vino, ma anche una buona corrispondenza gusto – olfattiva.

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