Degustazione

il Merano Wine Festival 2015 visto dal ” Conte ” Garozzo l’Aristocratico del gusto

Ho deciso di raccontare la mia avventura a Merano in diverse puntate, cosi da non dover concentrare le mie impressioni ed emozioni in un solo intervento, questo permetterà a chi mi legge di apprezzare meglio le mie parole e fremere per il successivo resoconto.
E’ sabato mattina e sono da poco passate le 8. Respiro profondamente quest’aria piacevolmente fredda e pulita. Al mio fianco, il Passirio mormora un po’ come il padre Adige saltando tra le rocce che sporgono quasi brillando. Intorno i boschi creano un’atmosfera calda, fatta di colori che vanno dall’ocra al marrone, capace di incorniciare i tetti di questa Merano ancora imperiale.
Mi affaccio sul ponte e mi guardo intorno. C’è quiete e solitudine e, candidamente, uno spruzzo di neve sulla vetta che s’ innalza alle spalle del tetto asburgico del Merenerhof sembra volerlo testimoniare. Con due passi sono già davanti al Karhaus che, con il suo fascino liberty, ancora riposa. Qui, tra meno di due ore, si apriranno le porte del Merano Winefestival 2015.

Ed eccoci pronti, sono le 10! Si parte!

Merano sta per trasformarsi. Corso della Libertà si popola improvvisamente.
Il vociare dei visitatori in fila per l’entrata si trasforma quasi in un suono, in una sorta di sigla d’apertura della “maison du vin” mitteleuropea.

Quest’ anno, però, l’organizzazione mi pare abbia chiesto a produttori e partecipanti maggiori sacrifici. Le selezioni per gli accrediti stampa sono state rigidissime come è stato ridottissimo (praticamente nullo) il numero di ingressi “liberi”. A tale rigidità, fortemente voluta dal patron Kocher, che approverei senza riserve in un contesto ordinato e puntuale come quello che ti aspetteresti da Merano, non risponde l’efficienza e la prontezza organizzativa.
Il personale alla cassa brilla solo in un paio di unità, cortesi e disponibili. Condivido le ragionevoli motivazioni di chi, a contatto con il pubblico, non sempre corretto e rispettoso, paga con ansia e stress la qualità del proprio servizio ma, e sottolineo ma, la palese differenza di disponibilità mostrata verso i clienti di lingua teutonica e il resto del mondo non può sfuggire a nessuno. Non sfugge neppure il caso capitato ad un disabile (biglietto digitale illeggibile) che non avrebbe trovato soluzione senza il caparbio interessamento di uno dei responsabili della sicurezza (di evidente origine toscana). Ma tutto questo cos’ ha a che fare con il vino? In realtà a mio avviso un senso lo avrebbe.

Una volta entrati ti accorgi immediatamente delle qualità delle aziende selezionate, ben450, della loro disponibilità a portare prodotti di alta gamma che, per i visitatori, rappresentano un ampio indennizzo ai 95 euro necessari all’acquisto del biglietto base. La presenza e i controlli seri e puntuali agli accessi e le scrupolose indicazioni impartite agli espositori fanno scivolare l’importante flusso dei presenti da una sala all’altra senza che si creino fastidiosissime file con snervanti attese.

Anche nei locali un po’ più angusti come la “Czemysaal” (al secondo piano), dove vengono ospitati i produttori internazionali, con l’attenta presenza della vigilanza che ne limitava l’accesso, si è data la possibilità a tutti di potersi avvicinare ai tavoli degli espositori.

In realtà, un piccolo appunto devo necessariamente farlo. Il sommelier disabile (quello di prima, quello delle difficoltà con il biglietto inviato per email) ha faticato non poco ad arrivare ai tavoli quando il flusso rallentava vistosamente.

Ma diamo un’occhiata alla disposizione. Le etichette italiane la fanno da padrona, ovviamente. Ma la presenza del territorio bordolese nel Pavillion des Fleurs e quella dei produttori del resto del mondo del già citato Czemysaal fanno in modo che l’appassionato visitatore si possa interfacciare con altre realtà produttive che raccontano di tradizioni antiche e di importanti scelte imprenditoriali.

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il salone del karhauas la sala Kursal

 

All’interno, però, come sempre, come ogni anno, la sala più bella si conferma la salaKursal. In essa si trovano i produttori che rappresentano il Piemonte, la Lombardia (con la Franciacorta in grande spolvero), il Trentino, l’Alto Adige e un po’ di Friuli. Ad ulteriore arricchimento della già ampia e vasta “offerta” di prodotti, in fondo alla sala, sul palchetto, vi sono le cantine selezionate all’interno della sezione “Extremis”.

Sezione, quest’ultima, a cui l’organizzazione ha voluto dare un certo rilievo per la loro capacità di produrre vino praticando una viticultura estrema.

Infine, nella parte espositiva destinata al cibo, la Gourmet Area, a mero titolo di cronaca, anche quest’anno, il pubblico ha trovato numerosi spunti di riflessione e prodotti di assoluta eccellenza con circa 200 artigiani del gusto.
In più, grazie alla Chef’s Challenge, si è potuto seguire, con gli Chefs ospiti, la preparazione delle ricette in tempo reale (con ampi riferimenti alla storia e alle tradizioni dei popoli e dei prodotti).

Naturalmente, anche quest’anno, vi racconterò delle migliori 10 etichette, assolute chicche enologiche, da me assaggiate e dei prodotti gastronomici che, con il loro carattere esclusivo, mi hanno impressionato al punto da darmi immediati spunti di riflessione per intriganti e nuove alchimie culinarie.

Ma questo alla prossima puntata.
Giuseppe Garozzo – l’Aristocratico del gusto –

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