Toscana

Il Brunello di Montalcino secondo Luciano Ciolfi e Podere Sanlorenzo

Continuiamo il nostro tour a Montalcino. Cambiamo completamente registro (e zona, qui siamo a sud-ovest dell’abitato di Montalcino, in località Le Prata) e occupiamoci di un vero artigiano del Brunello, che ormai non ha neanche bisogno di presentazioni: Luciano Ciolfi e il suo Podere Sanlorenzo, il cui Brunello Bramante, dedicato al nonno, è da diversi anni e meritatamente al centro dell’attenzione della critica.

Luciano gestisce l’azienda di famiglia da vent’anni; la prima etichetta di Brunello è il 2003, come dire, un esordio davvero “nel fuoco”… Parlando dell’annata in corso si imbroncia un po’, per via delle malattie (con l’insolito mal dell’esca) e della primavera piovosa teme una drastica diminuzione della quantità, anche se la sua anima contadina gli fa esternare previsioni meravigliose per la vendemmia 2019… come non volergli bene?

L’afflato non si esaurisce in cantina, anzi, visto che in poco più di un’ora Luciano mi fa ripercorrere la storia dell’azienda facendomi assaggiare quasi tutti i Brunello realizzati negli ultimi dodici anni… 2017 molto promettente, fresco e meno maturo di quanto mi attendevo, boschivo, bel frutto equilibrato. Ancora in acciaio, andrà in legno tra breve. 2016 (campione di botte): alcol e spezie orientali, bel tannino, piacevole chiusura “rocciosa”, sapida e scorrevole. Riserva 2016 (campione di botte): è il frutto di uve selezionate in un quadrante specifico della tenuta, di 7 mila metri quadri, la resa è ridotta ai 30 quintali/ettaro, ha naso più delicato, più materia e concentrazione di frutto, al momento più ritroso dell’annata. Insomma, si comporta proprio come dovrebbe fare una Riserva…

Igt 2016 (da “Clayver”, anfora in gres da 250 litri): è una novità sulla quale Luciano lavora da un paio d’anni. Ancora non è in commercio la prima edizione, 2014; forse andrà solo in magnum, di certo la tiratura sarà ovviamente limitata. “Ho scelto l’anfora perché volevo ottenere un vino che mantenesse gli aromi primari del Sangiovese, che col legno vanno un po’ a perdersi”. In effetti rispetto all’annata affinata tradizionalmente il liquido nel bicchiere appare più diretto, spontaneo e coinvolgente, meno condizionato da alcol e spezie, con una bella nota di viole e gelsi neri. Da seguire con interesse.

2015 (campione di botte): questa si conferma un’annata molto calda, che ha dato un frutto prepotente di ciliegia, dalla maturità spinta, avvertibile fin dall’olfatto assieme al solito contributo speziato, si aggiunge una nota ematica; in bocca è dolce e avvolgente, ricco e alcolico, magari perde qualcosa in dinamica e freschezza ma l’acidità non gli manca. Riserva 2015 (campione di botte): maggiore eleganza rispetto all’annata (odora di sottobosco e bacche scure), tutti gli elementi sembrano meglio integrati, il sorso è più dinamico grazie anche a un finale contrassegnato da sangue, sale e suggestioni minerali. 2014 (campione di botte, sta per andare in vetro): il primo impatto è con la speziatura del legno, poi emergono note delicate di fiori, macchia mediterranea e frutti del bosco (ribes). È giocato in sottrazione, testimone sincero di una vendemmia difficile e piovosa: la struttura non è enorme ma la beva è davvero gratificante, con un tannino perfetto e un’acidità che allunga e rilancia, chiudendo su una bella scia di arance rosse. Altro che tre bicchieri, qui ci vogliono tre secchi!

Poi si passa alle bottiglie. Rosso 2016: bei profumi di mela rossa, viola, visciola, caffè; succoso e spigliato, energico e vibrante, non manca di complessità. Brunello 2013: naso elegante, etereo, ricco di rimandi preziosi (rose, more, eucalipto, prugna); bocca sontuosa, equilibratissima, tannini ben disegnati, frutto fresco e croccante, dialogo entusiasmante tra la “ciccia” e lo scheletro acido-sapido, finale lungo segnato dall’amarena fresca e dal rabarbaro. Brunello 2011: è molto esplicito ai profumi (ciliegia sotto spirito, caffè in polvere) e al sapore, ricco di frutto maturo, largo e massiccio, come altri esemplari di pari annata manca secondo me un po’ di dinamica. Brunello 2010: tutto il contrario, poco concessivo sia all’olfatto che al palato, affilato e minerale, sembra davvero un’annata iper-classica e futuribile, ma che per ora chiede di lasciarla in pace, anche se si avvertono succo, reattività e profondità. Non molto diverso dal mio primo assaggio, tre anni fa, il potenziale di longevità è davvero impressionante ma occorre tanta pazienza.

Brunello 2008: annata sottovalutata all’epoca, che invece convince ed è pronta da bere ora, con un naso di erbe aromatiche, tabacco e spezie; sorso perfettamente delineato da un tannino maturo al punto giusto, con una lieve scodata vegetale. Brunello 2007: meno estremo ma simile al 2011, aromi molto classici, ciliegia, timo, ruggine; bella espressione di frutto, ricco e speziato, ma sembra non avere il cambio di passo. Brunello 2006: la bottiglia, dice Luciano, non è a posto, e l’olfatto conferma, mentre in bocca è molto più fragrante, e la chiusura è fresca e succosa. (Bonus: grazie alla generosità del suo artefice, qualche giorno dopo riassaggio il 2006 da un’altra bottiglia ed effettivamente le risposte sono diverse. Naso molto ricco, goudron, pepe, tabacco, cenere, dopo alcune ore emergono anche funghi porcini freschi, terra bagnata, olive, tamarindo, cuoio. Il tannino è fuso al punto giusto, la beva agile ed elegante, il sale dona contrasto, il finale si regge sulla liquirizia e sull’agrume candito). Riserva 2006: di grande integrità, odori fumé, frutta secca, resina, muschio, macchia, agrumi; l’acidità duetta impeccabilmente con la dolcezza del tannino, incede con ritmo e armonia, magari la persistenza è meno intensa di come speravo, ma è sapido, succoso, piccante di spezie e balsamico. Quasi al top.

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