Champagne

Champagne Dom Ruinart 2007, luce e leggerezza, stile e carattere sono da vero campione

Lui si chiama Fréderic Panaiotis. Ha cognome dalle evidenti assonanze greche, il suo italiano è fluente e colorato (virtù rara, anzi rarissima tra i suoi colleghi e, in generale, tra i tycoon del vino di Francia), ha passione dichiarata per la nostra cucina e spirito solarmente mediterraneo, che fa assortimento dialetticamente perfetto con la profondissima “cultura” e savoir faire champagnotto (dunque nordista) che lo ha condotto a diventare – davvero giovane – chef de cave della gloriosa maison Ruinart.

Panaiotis ha sguardo profondo e mano leggera, presa sicura, eleganza, finezza, e un pizzico di ironia. Unica stimmata non riscontrabile, l’ultima, nella prima “creatura” top concepita e sfornata interamente sotto la sua guida, il Dom Ruinart 2007, l’etichetta préstige della casa figlia dell’annata della ascesa di Fréderic sulla tolda di comando.

Subito dopo l’assaggio, una collega brava e arciperita in Champagne & affini come Chiara Giovoni ha twittato che il vino debuttante ha “la grazia di un mattino d’estate” di cui si viva l’inizio in un agrumeto profumato di mandarini. Difficile non essere d’accordo. Il 2007, tutto Chardonnnay Grand Cru dei luoghi mito, com’è regola del Dom in veste bianca (nel Rosé, di cui leggerete a seguire, entra un 20% di Pinot Noir), etereo e vaporoso come una nuvola, sapido e delicatamente complesso, accarezza naso e palato con una tattilità di voile, appena concretizzata nel ricordo finale (più prensile e materico) dei suoli di marna che nutrono buona parte delle viti madri.

Un vino da piacere e da pensiero (ma lieto), sorridente in levità: tanto più avvertibile, questa, per chi, come il sottoscritto, giusto la sera prima della presentazione aveva riassaggiato (tanto per tenersi in tiro e avere un termine preciso di confronto) il muscoloso, denso, largo 2006, tutt’altra pasta, tutt’altra annata, ma un po’ anche altro svolgimento.

Diverso (come quasi sempre, bifidi, un verso per le uve bianche e un altro, non di rado opposto,  per le rosse, i millesimi  in Champagne) il Dom Rosé 2007. Il contributo di Pinot Noir, pur misurato, basta a indirizzarne la testura in un altro contesto e verso altre percezioni, più mature e dense, sode, appetitose, ma un filo meno luminose. Vero è che il vino è ancora indietro, e una limatura in vetro ulteriore gioverà. Ma se il primo è un 96/100 abbondanti, il secondo sta a occhio un paio di punti più giù.

Vicinissimo alla vetta assoluta, invece, il 2002 in rosa riassaggiato nel corso della serata: uno di quei millesimi paradigmatici (Panaiotis pronostica al suo livello il 2012, e in casa Ruinart gli affianca per qualità il 2004) in cui l’equlibrio è quello del desiderio, e il vino, se ben assecondato e di matrice – leggi: location – nobile,  fa cuspide. Sapido e teso, complesso e lunghissimo, incisivo e però mai aggressivo o strabordante, ha presente splendido e futuro,  tutto da vivere, cui non si vede oggi limite prossimo.

Più enigmatico e contratto il 1993 Blanc in magnum, che ha alternato nel calice momenti di chiusura e note più spigolose a sensazioni più rilassate e goduriose.

A proposito della serata, infine: ambientata nella sede sui generis, davvero unica, del Labirinto della Masone a Fontanellato, sede del museo-autoritratto (autentica “casa delle meraviglie” e inno ammiccante e consapevole al coltivatissimo e poliedrico spirito narciso di Franco Maria Ricci, editore, designer e collezionista d’arte troppo noto per doverne parlare a distesa),  condita di giochi di luce e danze di Pierrot Lunaire tra le quinte verdi del rompicapo vegetale che circonda la peculiarissima struttura, ha fatto onore ai suoi protagonisti in bottiglia in raffinata quanto divertente consonanza di stile.

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